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L'allattamento


L’allattamento è un argomento un pochino difficile perché non semplice da spiegare a parole e, purtroppo per voi, poco divertente (sì, state per leggere qualcosa di estremamente noioso) (o forse no). Questo non perché con l’allattamento non capitino scene divertenti (come ad esempio quelle volte che inizi a perdere latte improvvisamente in mezzo alla strada senza accorgertene, poi torni a casa e ti rendi conto di esserti trasformata in una mucca) ma perché si tratta di un periodo veramente particolare nella vita di una donna, che forse non è possibile capire fino in fondo finché non lo si prova.

Ho allattato mio figlio più o meno per nove mesi. C’è chi lo fa per due, chi per nessuno, chi per anni. Non siamo qui per giudicare su questo: ogni madre è libera di nutrire il proprio bambino come meglio crede, e nei limiti delle proprie possibilità. Personalmente, posso solo riportarvi la mia esperienza, cercando di farvi comprendere al meglio le sensazioni strane e bellissime che questo periodo di vita mi ha regalato. All’inizio non è per nulla facile allattare, perché, come già ho accennato, un neonato è – per quanto strano possa sembrare – un esserino completamente sconosciuto alla mamma: della mamma lui conosce solo l’utero, ma non ha mai visto il corpo, il viso, la bocca, gli occhi. Istintivamente, cerca il seno della madre, ma non sempre è facile farlo attaccare, non sempre la sua bocca piccola piccola riesce a gestire quell’enorme ( e vi assicuro, nel caso di alcuni bambini è veramente enorme) voglia di mangiare, per cui tu stai sempre lì con la paura di star agendo nel modo sbagliato, paura che si affoghi, paura che mangi poco, paura che cresca poco. Ecco perché, anche nell’allattamento, è obbligatorio un lento percorso di adattamento – della madre al figlio e del figlio alla madre – che nel mio caso durò all’incirca un mese. Un mese di mirabolanti avventure in cui ho scoperto che LA POSIZIONE è fondamentale: mio figlio odiava essere allattato sul letto, steso, per strada, odiava il lato sinistro. Ho raggiunto finalmente il nirvana quando ho scoperto che il suo posto preferito era il divano. E meno male. Perché se non avessi avuto il televisore di fronte e 11 stagioni di Grey’s Anatomy a tenermi compagnia, penso che non avrei retto nove mesi. Senza contare che, naturalmente, è parecchio stancante allattare un bambino ogni tre ore, ci sono giorni in cui il corpo quasi si rifiuta (vedi: allattare con il ciclo, allattare con la febbre, allattare ad agosto a Napoli). Eppure nessun tipo di stanchezza potrebbe essere abbastanza da non farmi pensare che l’allattamento è una cosa meravigliosa. C’è un momento, in particolare, che vale la pena raccontare. È un momento che dura pochi secondi, o minuti, non di più.

Quando il bambino finisce di saziarsi, e continua a ciucciare soltanto per inerzia, perché ha bisogno di addormentarsi, ti guarda fisso. E mentre lui ti guarda, tu hai la chiara percezione che quello sguardo pieno di amore sia anche curioso di conoscerti; senti che sta studiando il tuo viso, i tuoi occhi, il tuo naso e la tua bocca come mai nessuno ha fatto prima d’ora. E sempre mentre ti guarda, i suoi occhi iniziano a chiudersi pian piano. Prima velocemente, un battito di ciglia che subito si perde nell’aria, poi sempre più lentamente. Le palpebre si abbassano pesanti mentre quegli occhi continuano a restare fissi su di te. Finché, piano piano, quando meno te lo aspetti, quelle stesse palpebre si abbassano definitivamente, e lui si addormenta. Questo momento non me lo sarei perso per niente al mondo (e con niente al mondo intendo nemmeno la morte di George O’Malley in Grey’s Anatomy, o quella di Derek, o di chiunque altro personaggio Shonda Rimes abbia fatto morire negli ultimi 20 anni) mai, per nessun motivo. Perché quel momento era così intimo, così personale, così intensamente vissuto, che mi sembra quasi assurdo ancora nessuno ne abbia parlato, ne abbia scritto, ne abbia fatto un libro. Sono felice di scriverne io.

Giulia Nania


foto: da Pinterest

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