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Importanza delle piccole cose


L’altro giorno sono andata, per la prima volta nella vita, a fare una TAC. Maledetti denti del giudizio. Maledetto virus. C’era una fila immensa, gente ovunque, tutti a un metro di distanza mi raccomando signori, all’accettazione hanno sbagliato a scrivere il tipo di esame che dovevo fare, ho fatto su e giù per il centro analisi per più o meno due ore, ma poi finalmente ci sono riuscita. Ho raggiunto la sala d’attesa, con le sedie ricoperte di nastro adesivo per evitare che le persone si siedano vicine, e le pareti tappezzate di ritratti di neonati con tutta la famiglia intorno. Paradossale. Entro nella stanza dove si fa la tomografia. Ed eccola lì, quella enorme macchina, pronta a scannerizzare i miei denti e il mio cervello. Vederla mi ha fatto un effetto molto strano. La dottoressa, una piccola donna pienotta sulla cinquantina, mi dice “Aspetta che controllo tutto. Tu nel frattempo togli mascherina, giubbino, codino nei capelli e occhiali” e se ne va. Sicché sono rimasta, io, da sola, di fronte a questo colosso della tecnologia e del progresso medico, e più lo fissavo più mi veniva da pensare, e mi è successa una cosa stranissima. Sarà durato qualche minuto. Vi è capitato mai di vivere alcuni minuti che sembrano giorni, mesi, anni? Quei minuti lunghi e interminabili, magari il tempo di una canzone, che vi sembrano non finire mai e durante i quali immaginate le cose più assurde strane e impensabili? Ecco, mi è successa una cosa del genere.

La prima immagine che mi è venuta in mente è stata quella di una bambina. Una bambina piccola, di 4 anni, che si stringe alla sua pezzolina che non abbandonerebbe mai – tutti i bambini hanno la fissa per le pezzoline – e viene fatta stendere su questo lettino per fare questo dannato esame perché non si capisce perché ogni santo momento le viene voglia di vomitare e le gira la testa e improvvisamente si sente così stanca e magari guarda la sua mamma, come a dire ma perché mi succede questo, mamma, mamma non mi voglio stendere su questo lettino, è così freddo, e poi è scomodo uffa, voglio tornare a casa. Poi ho pensato a quella mamma. Me la sono figurata mentre guarda la sua bambina stesa lì sopra, con la pezzolina e tutto il resto, e le stringe la piccola manina nella sua, fortissimo la stringe, e questo pensiero mi ha per un momento completamente disorientata. E mi sono chiesta, chissà quante persone si stendono su quel lettino tutti i giorni. Quanti corpi vivi sono passati sotto questo macchinario, mi sono chiesta, quanti cervelli, quanti arti ha analizzato, quante malattie ha trovato. Quante persone hanno sofferto.

Soprattutto mi è venuto da pensare che quando arriva il momento di fare questo benedetto esame, quando la macchina inizia a mettersi in moto e tu sei lì sotto, immobile, non sia mai ti muovi, lì certe volte ci si deve sentire davvero molto soli. Soli, a tu per tu con questa meravigliosa e spaventosa vita, che prima dà e poi toglie, crea e distrugge, ci fa soffrire e poi all’improvviso ci toglie il respiro, come una coltellata che al posto di ammazzarti ti sveglia, o come un getto di acqua fredda dietro la schiena. Mi è venuto da pensare a chi vive questo inferno, tutti i giorni, fino alla fine, senza mai arrendersi, a chi è stato sotto quel macchinario almeno una decina di volte, ed è ancora in grado di sorridere a questa vita così bipolare come una ragazza con il mestruo. E allora mi sono detta che nonostante il virus, nonostante le mascherine, nonostante i dolori, questa vita dobbiamo farcela bastare, esattamente così come è.

A quel punto è tornata la dottoressa pienotta sulla cinquantina. Mi ha chiesto se ero pronta. Ho risposto di sì. Non ho mai voluto così bene a un essere umano come in quel momento.

Giulia Nania


foto: di Live Bruce su Unsplash.

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